Nostalgia

Nostalgia del profumo di lavanda della nonna…
Dei giochi da bambino,
Delle ginocchia sbucciate,
Delle lunghe estati al mare,
Degli abbracci di mamma e papà,
Delle notti passate abbracciati sotto le stelle,
Della campanella che suonava,
Delle cartoline,
Nostalgia del tempo che se ne va,
Ho provato ha bagnare la sabbia della clessidra,
Ho chiesto al vento di pulire la mia memoria,
Al ragno di ricucire i miei errori,
Alla rosa di profumare ancora un ultima volta!

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Poesia Patafisica e un pò tutto il resto.

Così,non avendo soluzioni per scrivere la poesia che portavo in testa mi recai a Ubulandia,non che la cosa mi facesse particolarmente piacere,sia ben inteso,viaggiare su letti a doghe strette non è cosa che uno può fare tutti i giorni ,ma ne valse veramente la pena. La città era una spirale di strade tutte intersecate tra di loro, è inutile che sto a raccontarvi il seguito,considerando che il Dr.Faustroll ha ampiamente affrontato l’argomento in maniera più che esaustiva. La poesia era sempre li in testa,il problema era portarla sul foglio di carta,erano giorni che non dormivo più la sera, che mi scervellavo su come poter riuscire a farla uscire, il consiglio che mi diede il professor Bones fu quello di poggiare il bocchettone dell’aspirapolvere all’orecchio,di pensare intensamente alla poesia e di accendere in quel momento l’aspirapolvere… Nel sacchetto trovai soltanto un ammasso di lettere e di punteggiatura,le sparpagliai sul pavimento sperando che si ricomponessero da sole,ma le uniche cose che uscivano erano delle parole insensate,così decisi di regalare il sacco pieno di lettere ad un giornalista,amico di vecchia data,son certo che lui avrà modo di usarle.  Tornai da Bones avvertendolo che il suo metodo era ancora da rivedere, lo trovai perso in Sillogismi Aristotelici, aveva il vizio della Logica, quando si faceva di Aristotele diventava irriconoscibile,un giorno affermò di esser stato lui il “Terzo escluso” e di rivolgersi a B o -B per sapere se si trattava di A, la sua famiglia per questo non gli parlò per parecchi mesi,fino al 31 di Giugno,anche se suo padre in segreto si faceva di letture di Russell tutte le sere prima di coricarsi. In un attimo di illuminazione mi consigliò di recarmi ad Ubulandia dove forse avrei trovato il modo per far uscire la poesia, bhè lo trovai…
Gironzolando per le vie mi ritrovai ad osservare la vetrina di una bottega,era una vetrina senza vetri,in effetti non la si potrebbe nemmeno chiamare vetrina e se vogliamo esser più precisi quella non era affatto una bottega, ma non è questo il luogo e il tempo per discutere su cosa sia o meno una bottega o cosa si possa annoverare all’interno del gruppo (un pò spocchiosetto) delle botteghe e dei bottegai in genere è bene (e non pene) però rammentarvi di diffidare sempre dei bottegai,ancor più di quelli tradizionalisti che vivono in simbiosi con i calzolai Scozzesi. Varcai la porta della bottega non bottega, non so perchè mi attirasse particolarmente quel posto,forse perchè l’insegna aveva tutti i puntini sulle “i” e la cosa destò una notevole meraviglia. La bottega era piena di vasetti contenenti pastiglie di ogni tipo,gialle e rosse,bianche e blu e qualche pastiglia viola, esposi il mio problema al bottegaio che si chiamava Tun Barrell, nota dinastia di bottegai, Tun corse subito nel retrobottega, in realtà si era soltanto nascosto dietro un bancone dove pensava di non esser visto e dopo qualche minuto tornò con una pastiglia bianca e nera, mi disse di prenderla e di mettere il tubo dell’aspirapolvere davanti alla bocca, in oltre al posto del sacchetto dovevo mettere un foglio,per questo motivo le lettere si raccolsero tutte nel sacco senza un senso logico,ci voleva un foglio, avrei potuto risparmiarmi questo viaggio se solo ci avessi pensato un pò su… Ripercorsi le spirali in senso opposto, la città girava tutta attorno a me, e presi poi il letto a doghe strette per il ritorno. Percorsi la strada che dalla sede leopoldina del terzo concilio faraonico porta al monte geologiano dove vivo attualmente,ma ancora per poco,lo sfratto è imminente,la gente vuole soldi,ma li voglio anche io e non si riesce mai a trovare un compromesso che metta d’accordo entrambi, io proposi di scambiarci i soldi ma tutti erano affezionati ai propri tanto da avergli dato dei nomi e la cosa generò non poca discordia tra me e il mio affittuario,così si recò dalla polizia dicendo che io non volevo pagare l’affitto quando in realtà non era vero perchè, sia ben inteso, io la volontà di pagare l’affitto l’ho sempre avuta è solo che non voglio separarmi dai soldi come tutti. Il 30 di Ottobre ci sarà la causa in tribunale ma non credo che ci andrò, è troppo lontano e poi queste cause mi fanno sempre uno strano effetto…
Tornato a casa seguii i consigli del bottegaio,la pastiglia in verità non serviva a nulla solo che lui era obbligato a venderle,era la sua morale che gli imponeva queste cose e ogni volta che non la rispettava Kant si adirava con lui e lo prendeva a male parole.
Ecco quello che uscì dall’aspirapolvere che da oggi chiamerò aspiraparole e che è anche la poesia che da tempo avevo nella mente:

Poesia spedita telepaticamente al re del tempo dopo il sequestro del Giovedì.

Egregio re,
mi fa
la scomparsa del Giove dì
accorciar lo stipendio, tanto così

La prego di dissequestrare il Giovedì
O di moltiplicare per due il Mercoledì
Meglio ancora il Venerdì,
Avendo premura di non accoppiarlo al Lunedì.

La ringrazio anche per quel …

Temporale

Spira,soffia, si posa e s’alza…
poi sbatte,prende e spolvera…
Sale, s’inerpica e scivola
S’ammazza e tace.

S’intreccia ai rami,spazza via le foglie
Silenzio…
Poi torna, tamburi e trombe
Si spegne,ruggisce e riappare.

Squarcia,sbatte e tonfa
Eco…
Lava,sbianca e monda
Spaventa la madre e il grembo.

Accende la notte
Abbaglia, ombreggia e accende
Congiunge le nuvole e la terra
arsa,si ristare e beve.

Poi s’allontana,scompare
La notte tace
Il bimbo giace
Torna la pace…

L’alba su Milano.

Vagava per la città vuota,l’alba non era ancora arrivata e tutto sembra morto,le ombre cupe dei palazzi sembravano siringhe pronte a bucare il cielo,il lampione tremolante sulla via illuminava a tratti un cestino dei rifiuti che aspettava solo di essere portato via e lui si rispecchiò in quel cestino, anche lui non aspettava altro che esser portato via da qualche sconosciuto e anche lui non conteneva altro che spazzatura,storie finite male,stracciate come la carta,la sua anima schiacciata come le bottiglie di plastica o le lattine di coca-cola. L’unto della scatoletta di tonno gli macchiava l’anima stanca e logora come il golfino buttato,la sua vitalità era finita tra i gusci di uova maleodoranti,come era maleodorante il suo passato marcio e putrido passato a sbattersi da un locale all’altro,con la coca sotto il naso e una puttana sotto le gambe,quelle era stata la sua vita da ragazzo,trascinato nella Milano da bere come sputo nel naviglio. Le scarpe nere,di cuoio lucido riflettevano il suo volto illuminato da una pallida luna,disgustta anche lei di vedere la miseria di questa terra,di questa città di questo uomo, aveva deciso di coprirsi di quando in quando con qualche nuvola che passa di lì,giusto il tempo per poter dimenticare o meglio sperare di non rivedere più tutto questo. La vita di un uomo si misura in attimi,ma lui una vita vera non l’aveva mai avuta, pensava di vivere nello sballo ma troppo tardi si accorse che piano piano non faceva altro che uccidersi da solo, ora che era arrivato agli ultimi giorni di vita,ora che il cervello era bruciato,che il fegato spappolato e un tumore nero lo divorava dall’interno, ora che tutte le sue membra erano votate al suicidio ora… ora si sentiva vivo,e si aggrappava alla vita,camminava e piangeva tra il marciapiede e la fermata del tram,piangeva,ma poteva fare solo quello, perché il tempo non torna indietro e la vita, quella bastarda, ti fa pagare ogni cosa, ogni sbaglio e ogni tanto ci mette anche gli interessi…
Io non lo sapevo… Io non lo sapevo,gridava lo sciagurato ad ogni persona che incrociava,ad ogni spettro di questa città fredda tanto quanto chi la vive, lui non sapeva e forse non avrebbe potuto farci poi molto,ci era nato in quell’ambiente, il padre tirava di coca tutte le sere,sua madre era una cazzo di alcolizzata anche lei delusa dalla vita, …delusa dalla vita… aveva sposato un noto avvocato,era la donna più ben vista della società una borghese raffinata con poche aspirazioni se non quella di accasarsi e trovare l’uomo perfetto che le potesse garantire la vita che sempre aveva desiderato,la sua bocca i suoi seni e i suoi fianchi la aiutarono molto in questa impresa ma ora che aveva tutto era delusa, e beveva,cercava nel fondo della bottiglia quello non aveva mai trovato in lei, scolava la bottiglia di gin fino all’ultima goccia e la guardava cadere nel bicchiere e poi giù tutto di colpo,perchè a lei il gin nemmeno piaceva anzi le faceva schifo ma più bruciava e più per un istante,per un barlume di tempo si sentiva viva,rotta,distrutta umiliata ma viva. E allora lui cosa poteva farci? Come poteva cavarsela da tutto questo massacro se nessuno lo aveva avverti? Come poteva sapere che la storia sarebbe finita cosi? Che ne sapeva lui che suo padre proteggeva un camorrista? Una sera la DIA entrò in casa,uomini grossi con il passamontagna lo arrestarono e lo portarono in questura,la madre si accorse a malapena di quanto era successo,era li sul divano con il suo maledetto gin in mano,finse di non capire e continuò a bere, pochi giorni dopo l’arresto del marito la trovarono in una pozza di sangue e budella,sfracellata come un fico sul marciapiede,dicono che si sia suicidata per il dolore, ma sono cazzate, si è suicidata perché sapeva che il gioco era finito che era stato tutta una illusione,che suo marito non era l’uomo perfetto che sempre aveva sognato di sposare e ora che aveva perso la faccia e la reputazione non poteva più continuare così. Lui sprofondò nella depressione più totale,si ritirò dall’università gli amici lo lasciarono e la sua unica amica era la cocaina. Il tram arrivò,il primo tram della giornata,pieno solo di anime vuote e qualche extracomunitario che dorme. Anche lui si assopì,cullato dal rumore del tram,della città che si risveglia sotto il riflesso della madonnina che benedice tutti,anche i più stronzi e i più bastardi,anche i maledetti,gli ubriaconi, i tossici, anche noi!

 

Urashima Taro (la leggenda del pescatore)

Molto tempo fà sulle rive nel mar del Giappone viveva un pescatore di nome Urashima conosciuto da tutti per la sua grande abilità sia con la canna da pesca che con la rete.
Un giorno tirando le reti sulla sua barca pescò uno stupendo esemplare di tartaruga che probabilmente gli avrebbe fatto guadagnare un bel pò di soldi in più rispetto ai soliti ricavi per la vendita di pesce comune. Il buon Taro però era d’animo sensibile e tra se e se pensò che non aveva il diritto di uccidere un animale che sarebbe vissuto almeno altri 1000 anni così liberò la sua preziosa preda.
Il peso dell’animale lo stancò tanto da farlo sdraiare sul fondo della barca, così poco dopo si addormentò contento per la sua buona azione mentre le onde lo cullavano.
Al suo risveglio (ormai al tramonto), Taro si alzò stropicciandosi gli occhi e sbalordito vide una bellissima ragazza seduta nella sua barca.
Aveva la pelle color della luna, i capelli color del sole e gli occhi color del mare.
Subito il ragazzo gli domandò chi fosse e lei rispose dicendo di essere la figlia del dio del mare, che viveva nel profondo degli abissi al palazzo dei draghi insieme a suo padre. La tartaruga che lui aveva risparmiato era in realtà lei stessa. Il dio del mare infatti aveva trasformato sua figlia nel rettile marino per fargli scoprire se Taro fosse d’animo buono in quanto la sua fama di pescatore era giunta sino alle loro orecchie.
La ragazza gli disse che ora era sicura della sua bontà e che lui non avrebbe mai ucciso le creature del mare “gratuitamente” se non per la propria sopravvivenza, così gli annunciò felice che il padre voleva che si sposassero e vivessero per 1000 anni nel palazzo dei draghi al di là del profondo mare azzurro.
Urashima che amava l’avventura e si era innamorato a prima vista di quella fanciulla, non se lo fece dire due volte.
Così, preso un remo ciascuno, i due giovani cominciarono a remare e il giorno dopo alle prime luci dell’alba arrivarono nel regno dove il dio del mare governava sui draghi, sulle tartarughe e su tutti i pesci.
Non appena Urashima vide il palazzo del dio del mare illuminato dalle prime luci del mattino, gettò un grido di meraviglia.
Le pareti erano di corallo, gli alberi avevano smeraldi per foglie e rubini per frutti. I pesci che guizzavano intorno avevano squame d’argento e i draghi avevano code d’oro massiccio. Neanche nelle sue fantasie più sfrenate il giovane pescatore avrebbe immaginato un luogo di così incommensurabile bellezza.
In più, visto che stava per sposare la figlia del dio, tutto quello che vedeva sarebbe stato suo. Per la felicità era al settimo cielo.
Una volta celebrato lo sfarzoso matrimonio i due sposi cominciarono la loro agiata vita in quel regno meraviglioso, passeggiando tra i giardini di pietre preziose e ricevendo ogni giorno le visite e gli omaggi delle tantissime creature del mare di cui erano sovrani.
Passarono tre anni di gioia e amore reciproco ma arrivò il giorno in cui Urashima sentì fortemente la nostalgia del suo paese, della sua casa e naturalmente della sua famiglia della quale non aveva saputo più niente nonostante le continue domande fatte ai suoi sudditi.
Così Taro disse alla moglie del suo desiderio di tornare a casa per vedere in che condizioni fossero i suoi cari, in quanto lui stesso con la sua pesca era stato il più grande sostentamento della sua famiglia ed ora aveva paura che fossero caduti in povertà.
Promettendo di tornare presto a palazzo si apprestò a partire.
La sua sposa era triste per la sua decisione ma sapeva però che non avrebbe potuto fermarlo, e gli disse:
– Taro, vedo che sei malato di nostalgia, ti stai struggendo dal desiderio di ritornare fra i tuoi. Non sarò certo io a trattenerti; va’ dunque, la tartaruga che ti ha condotto qui, ti riporterà a casa. Porta con te questo scrigno, ma mi raccomando vivamente di non aprirlo per nessuna ragione al mondo, se non vuoi perdermi per sempre.
Così detto Taro prese la stessa barca con cui era arrivato con la principessa la prima volta e con la scatola magica si diresse verso la riva del Giappone dove si trovava il suo paese.
Quando finalmente giunse a destinazione, ossia alla riva da dove era partito a pescare ben tre anni prima, quasi non riconosceva più niente dei posti dove era cresciuto e dove aveva pescato fino a pochi anni prima.
Di uguali c’erano solo le montagne, il ruscello che passava vicino casa, ma gli alberi per esempio erano tutti tagliati e non c’era traccia nè della sua casa nè del villaggio.
Preoccupato cominciò a seguire il torrente per trovare le donne che erano solite lavarci i panni e chiedere quindi spiegazioni, ma niente, nemmeno una all’orizzonte.
Seduto a terra venne colto dalla malinconia e dalla tristezza e cominciò a piangere pensando alla sua amata sposa.
Ad un tratto vide venire verso di lui due uomini che non conosceva e raccolto un pò di coraggio andò loro incontro per chiedere loro dove fosse ora la casa del pescatore Urashima che un tempo abitava questo luogo.
A questa domanda i due sconosciuti fecero una faccia sbalordita.
-La casa di Urashima ? – dissero – Ma se sono 400 anni che Urashima è annegato mentre pescava e anche i suoi parenti, nipoti e nipoti dei nipoti sono morti da molto tempo ormai. Come potete ricordarvi di lui e chiedere della sua casa? Sono centinaia di anni che è caduta in rovina ed adesso non restano neppure le pietre. –
Taro si guardò attorno smarrito con gli occhi lucidi di pianto e pensò che il meraviglioso palazzo del dio del mare con tutte le sue magnificienze appartenevano al mondo delle fate dove un giorno aveva la durata di un anno e gli anni la durata di secoli. Capì che nulla ormai lo legava al suo paese, visto che tutti i suoi cari e gli amici erano morti e che Taro Urashima era solo una leggenda del luogo ormai.
Adesso il desiderio di tornare dalla sua amata sposa era più forte che mai, ma non sapeva come farvi ritorno in quanto si era dimenticato di chiederlo alla principessa.
Pensieroso si ricordò della scatola magica e la rimirò a lungo pensando che probabilmente aprendola avrebbe trovato il segreto per ritornare al palazzo del dio marino.
Detto fatto, Urashima aprì la scatola disobbedendo alla sua sposa.
Da sotto il coperchio prezioso uscì una specie di nuvola di fumo azzurro che si involò rapida sull’oceano. Taro le gridò, le corse appresso ma non ci fu niente da fare.
Con le lacrime agli occhi pensò che ormai aveva perso ogni possibilità di rivedere la sua sposa che lo aspettava nel palazzo dei draghi dove era vissuto felice per tanti anni.
Mentre correva dietro alla nuvola ad un certo punto si sentì mancare le forze. Smise di correre e di gridare.
Improvvisamente i suoi capelli si fecero bianchi, il suo viso si coprì di rughe profonde e la schiena gli si incurvò come quella di un vecchio decrepito.
Alla fine il suo respiro si fermò e cadde riverso sulla spiaggia da dove era partito tanti anni prima verso il paese dei sogni.
Di quando in quando, specialmente durante lo notti di luna piena, i pescatori che si spingono nelle acque di Sugeka, odono, proveniente dal mare, una voce flebile, angosciosa, che chiama, chiama disperatamente, ed essi, mormorando tra i denti una rapida preghiera a Budda, dicono: – È Otime che chiama Taro, il suo sposo.

Jiraia il Galante… Altro che novità,naruto è vecchia di 200 anni!

Jiraiya Goketsu Monogatari (Il racconto di Jiraiya il galante) è un racconto tradizionale giapponese che narra le vicende di Ogata Shuma Hiroyuki, un ninja predone successivamente noto col nome di Jiraiya (letteralmente “Giovane tuono” o anche “Che arriva per conto suo”). Il romanzo fu pubblicato, tra il 1839 e il 1868, in 43 puntate scritte da autori diversi.

Jiraiya era il discendente di una potente famiglia dell’isola di Kyushu. Quando questa cadde in rovina, si recò nella provincia di Echigo, dove ebbe successo come predone, diventando il capo di una “cavalleresca” banda di ladri, e dove nel con tempo iniziò a studiare l’arte magica del rospo presso un essere immortale che risiedeva sul Monte Myoko, popolarmente conosciuto come Echigo Fuji. Nello stesso periodo,s’innamorò e sposò Tsunade, una bellissima giovane esperta nell’arte magica della lumaca. Quando si ritenne sufficientemente forte, partì per vendicarsi di colui che era stato la causa della rovina della sua famiglia, un vecchio di nome Sarashina, senza però riuscire a sconfiggerlo.

Tempo dopo Yashagoro, uno dei suoi seguaci, rimase stregatodall’arte magica del serpente cominciando quindi a studiarla e praticarla ed acquisendo la capacità di trasformarsi in un enorme serpente. Cambiato il proprio nome inOrochimaru, in onore del mitico serpente a otto teste Orochi (letteralmente “Serpente mostruoso”), sfidò Jiraiya e Tsunade, riuscendo a sconfiggerli grazie al suo veleno di serpente, che li fece cadere a terra privi di sensi. Fortunatamente, uno dei seguaci di Jiraiya, a lui devoto per essere stato tempo prima salvato dalla morte, li soccorse.

Il racconto termina bruscamente qui, non essendone giunta fino a noi la fine.

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Il Tengu del Monte Hiei

Un tempo un Tengu indiano si mise in viaggio per visitare il Giappone e mentre sorvolava il mare udì questi versetti:

Tutte le cose passano:
questa è la legge
della nascita e della morte.
E quando la nascita e la mortetengu_part2
saranno egualmente passate,
quella pace sarà la Beatitudine.

Il Tengu,stupito,si chiese come mai il mare mormorasse questa profonda espressione della dottrina del Buddha e decise di approfondire la questione per capire cosa facesse parlare il mare in questo modo. Ovviamente lo scopo del Tengu non era tanto quello di conoscere la dottrina di Buddha ma solo di girare un brutto scherzo a quel monaco la recitava.
Il Tengu sorvolo l’isola di Kyushu,qui il mormorio si faceva più forte,così risalì il fiume Yodo, e il mormorio divenne sempre più alto. I Tengu risalì il fiume fino al lago Biwa,qui il rumore dell’acqua era fortissimo,così risalì l’affluente del lago Biwa fino in cima al monte Hiei. Qui la voce era fortissima e il Tengu vide davanti ai suoi occhi i Quattro Sovrani del Cielo e innumerevoli guardiani della Dottrina di Buddha. Il Tengu,pre so da un timore reverenziale si nascose dietro ad un cespuglio e quando passò uno spirito meno celestiale si fece forza e domandò “Perchè queste acque mormorano incessantemente la parola della nobile dottrina e vi sono qui riunite tutte le divinità celestiali?”. “In cima al monte c’è un gran numero di dotti monaci” rispose lo spirito ” e proprio questo ruscello passa attraverso le loro latrine. Per questo motivo le acque mormorano la Dottrina e noi spiriti vegliamo sul loro corso”.
Il Tengu meravigliato e spaventato nello stesso momento,abbandonò ogni intento di far danni,vista la grande santità dei monaci che stanno in cima al monte,tanto santi che addirittura l’acqua delle loro latrine proclama la verità. Il Tengu entrò dopo poco tempo nel ventre di una donna gravida,la moglie del principe Ariake, figlio dell’imperatore Uda e nacque come figlio del principe. Da adulto divenne monaco sul monte Hiei e divenne anche lui uno dei santi monaci del Monte.

Ubume

Le donne che morivano prima di partorire il proprio bambino,oppure quelle che morivano durante il parto o immediatamente dopo,se non ricevevano un’adeguata commemorazione funebre,rischiavano di apparire come spettri chiamati Ubume (産女). In alcune prefetture per scongiurare l’apparizione di questo spettro terrificante si doveva seppellire la madre e il bambino in due posti diversi.

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Le Ubume apparivano in lacrime soprattutto nei pressi di ponti oppure ai margini dei sentieri,con in grembo il figlio e,dal ventre in giù,coperte da una veste intrisa del sangue perso durante il parto. Se un passante non si rendeva conto che si trattava di uno spettro e si avvicinava per soccorrere la donna, ella gli porgeva il bambino,se il viandante lo prendeva in braccio,piano piano il peso del bambino aumentava a dismisura fino a rendersi conto di abbracciare una pietra e non un bambino. Secondo una antica leggenda un guerriero,accettato di cullare il bambino/sasso, sopporto il peso e invoco il nome del Buddha Amida affinchè quegli spiriti potessero raggiungere la serenità della morte, Amida per ricompensarlo gli donò una forza smisurata.

MOKUGYO DARUMA ( Anche i Buddhisti sanno essere perfidi…)

MOKUGYO DARUMA

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Anche gli oggetti sacri impiegati nei riti buddhisti,col passare del tempo,se vengono accantonati,finiscono per diventare dei Yokai.

Il tamburello di legno “Mokugyo” (pesce di legno) in origini era usato per rimproverare i novizi del tempio.Poichè di norma i pesci non chiudono mai gli occhi e non riposano mai,veniva usato come esempio per rammendare ai monaci che durante la meditazione e gli esercizi acetici non potevano addormentarsi e neppure riposare. Oppure per lo scopo ci si serviva di unDaruma, statuina rappresentante un famoso monaco che secondo la tradizione meditò per 9 anni consecutivi,siccome anche questo episodio contemplava un aneddoto sul non dormire si pensò di unire le due cose e dare così vita al Mokugyo Daruma. Per un novizio non vi era nulla di più pesante e noioso in quanto si veniva osservati giorno e notte e incitadi con frasi a non chiudere mai gli occhi. Il Mokugyo Daruma,una volta accantonato per cento anni prendeva vita e vista l’impossibilità di chiudere gli occhi che gli causava una estrema sofferenza che lo faceva impazzire,seppur privo di gambe e braccia, lo invogliava ad aggredire gli individui,invidioso soprattutto di quelli che dormivano e che preferiva come vittime. Molti casi di insonnia sono spesso attribuiti a questo Yokai che sfrega i propri occhi sulle persone,cercando sollievo, e disturbandole nel sonno.